Pietre di Bretagna: i Calvari

Ciao, ci stiamo avvicinando alla Pasqua e oggi vorrei parlarvi di un fenomeno unico nel panorama artistico cristiano: i calvari bretoni.

Unico come la terra che li ha prodotti: la celta Bretagna. 

Regione della Francia nord-occidentale che si affaccia sull’Oceano Atlantico,mi è particolarmente cara per la sua conformazione geografica, la sua storia ma  soprattutto per la volontà di preservare integra la propria identità culturale.

 

 

Riprendero’ piu’ avanti l’argomento per descrivere adesso i suoi Calvari.

I cosiddetti enclos paroissiaux (sing. enclos paroissial, lett. “recinto parrocchiale”) rappresentano una peculiarità dell’architettura e e dell’arte cristiana della Bretagna soprattutto del Finistère (Bretagna nordoccidentale) – ma non solo -, e, in particolare, della valle del fiume Élorn (in bretone: Elorn), nel tratto tra Brest e Morlaix (Finistère meridionale): si tratta di complessi parrocchiali recintati, frutto dell’opera di vari artisti (famosi e non, come scultori, pittori, vetrai, ebanisti, ecc,) realizzati in granito (specie in kersantite o pierre de kersanton, lo scuro granito bretone) tra il XVI e il XVIII secolo attorno ad un cimitero e costituiti solitamente, oltre che dal recinto e dallo stesso cimitero da un arco di trionfale (fr. porte triumphale), da una chiesa, da una cappella funeraria, da un ossario (fr. ossuaire; bretone kamel) e da un calvario (fr. calvaire; bretone kalvar).


Prendono il nome dall’enclos, ovvero dal recinto in pietra che circonda il complesso e che serviva per separare lo spazio sacro dall’esterno, vale a dire lo spazio profano o non sacro. Scolpiti in verticale, i CALVARI, raccontavano i testi sacri, la vita di Cristo e dei Santi per immagini, con al centro la Passione e il Calvario. L’obiettivo era di farsi capire anche dalla gente semplice che non sapeva leggere. Per questo le figure sono ben definite con le teste sproporzionate rispetto al corpo per facilitare la comprensione delle espressioni. Venivano costruiti e commissionati a scultori e artigiani  per ringraziare la divina provvidenza per aver per esempio risparmiato il paese dalla peste o per chiedere perdono per chissà cosa. Spesso ad un calvario é associata una festa del perdono (appunto) a una data precisa dell’anno con processioni e costumi locali. Complessi religiosi di questo tipo sono molto numerosi in Bretagna: ne esistono una settantina soltanto nella Bassa Bretagna.
Tra i complessi parrocchiali bretoni più famosi, figurano quelli di Guimiliau, di Lampaul-Guimiliau, di Plougastel-Daoulas e di Saint Thégonnec nel Finistère settentrionale, di Pleyben nel Finistère meridionale e di Guéhenno nel Morbihan

[La parola calvario, deriva dal latino calvarium, traduzione della parola aramaica gulgulta (= cranio), nome dato alla collina fuori delle mura di Gerusalemme sulla quale fu crocifisso Gesù Cristo.]

 

 

 

Nei complessi parrocchiali bretoni sono presenti elementi riconducibili forse alla religione celtica, in particolare alle concezioni sulla morte (in lingua bretone: “ankou“), che – presso i Celti – non era vista come un inferno terribile, ma come un qualcosa strettamente legato alla resurrezione, paragonato al sole che sorge e tramonta e, che quindi non va “nascosta”, ma resa il più possibile “familiare”.

Il fiorire di questo tipo di architettura si deve al fervore religioso della gente e alle missioni evangelizzatrici
È collegato inoltre all’ascesa dei commerci marittimi e dell’industria del lino tra il XVI e il XVIII secolo: i commercianti di questi settori fornivano infatti i fondi necessari per la realizzazione dei complessi parrocchiali.

Accadeva così che in Bretagna – formata a quei tempi da pochi centri urbani e molti villaggi rurali – le varie parrocchie rivaleggiassero addirittura tra loro per vedere chi costruiva il complesso più bello.

Alcuni calvari presentano centinaia di personaggi e l’attenzione degli artisti bretoni, in sostanza anonimi artigiani, appare tutta concentrata sui volti, nella espressione degli stati d’animo dei vari personaggi.

A NIZON, vicino a PONT AVEN, un piccolo calvario con tre figure femminili ai piedi della Croce ha ispirato GAUGUIN per il suo “Cristo Verde” del 1889.

 
 
 
 
 
 
 
“La Bretagna è una comunità etnica che vanta 11 secoli di storia. I Bretoni, appartenenti al grande ceppo dei popoli celtici, hanno un retaggio linguistico e culturale comune ai fratelli irlandesi, gallesi e scozzesi e riteniamo abbiano il diritto di gestire in proprio il loro avvenire collettivo, il loro futuro. Lungo il cammino di questa rinascita dell’identità politica bretone, vi è un solo ostacolo: il potere francese, centralizzatore e funzionalmente anti-democratico. L’eredità giacobina è dura a morire. Lo stato francese continua a perseguire una politica di esclusione delle lingue e delle culture minoritarie. Per questo motivo abbiamo chiesto e continueremo a chiedere a tutte le forze politiche che si adoperino affinchè venga modificato l’articolo 2 della Costituzione che esclude ogni lingua che non sia quella dello stato. Non solo. Abbiamo organizzato manifestazioni in tutta la Bretagna per far conoscere e diffondere il Manifesto per la Giustizia del Popolo Bretone, attraverso il quale noi chiediamo a Parigi di ratificare immediatamente la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie, di garantire l’insegnamento del bretone nelle nostre scuole pubbliche, di riconoscere dignità di diritto giuridico alle scuole Diwan (istituti scolastici sperimentali in cui l’insegnamento si svolge esclusivamente in lingua bretone). Riteniamo che queste siano rivendicazioni fondamentali e il governo dovrebbe riflettere a fondo prima di sancire definitivamente una frattura, peraltro già ben incamminata, tra il paese reale ed i suoi dirigenti, come ha dimostrato l’astensione massiccia alle ultime elezioni regionali e cantonali.
La democrazia è molto malata quando i cittadini, di fronte all’indifferenza degli stati, non possono ricorrere ad altro che alle manifestazioni di strada per far rispettare la giustizia e i diritti umani più elementari”.

                                                                                                                    Yann Le Bars, esponente del  Partito per l’Organizzazione di una Bretagna Libera

L’identità bretone non è mai mancata. Il legame con gli altri popoli di lingua e cultura celtica non è mai venuto meno.

Ogni anno, nel mese di agosto, a Lorient si svolge il Festival Interceltico. Rappresentanti di Scozia, Irlanda, Cornovaglia, Galles e Galizia spagnola si ritrovano insieme per festeggiare le comuni origini in uno scenario di amicizia, musica e gioia di stare insieme. Il suono melodioso e suggestivo delle cornamuse stringe in un unico abbraccio questi popoli uniti anche e, soprattutto, da un irrefrenabile desiderio di libertà, un sentimento che fu ben espresso in versi dal poeta e cantore Glenmor, un uomo che dedicò l’intera vita a rafforzare nei Bretoni la coscienza della propria identità:

Ma n’eus mui den Da ganan war ar menez. Ma n’eus den kenDa lenvan war e levePiv a nac’ho, piv a stourmo Evit Breizh-Izel Piv a stourmo, piv a nac’ho Chadenn Breizh-Izel

Se non si trova più nessuno per cantare sulla montagna.

e non si trova più un sol uomo per piangere sul suo passato.

Chi si alzerà, chi si batterà per la Bretagna chi lotterà,

 chi spezzerà le catene della Bretagna

 

Nolwenn Leroy, cantante bretone.

Tri Martolod, canzone tradizionale bretone.

Tre giovani marinai tra la la …
Tre giovani marinai stanno viaggiando

Il vento li ha spinti
fino a  Terranova

Accanto al mulino in pietra
Hanno attraccato l’ancora

E in questo mulino
C’era una cameriera

E lei mi chiede
dove ci siamo conosciuti ?

A Nantes, al mercato
Abbiamo scelto un anello

L’anello della promessa
E noi stavamo per sposarci

Ci sposeremo
Anche se non abbiamo niente ?

Mia madre,voi state bene

Non si sa mai chi è nel bisogno

Noi non abbiamo nè casa nè paglia
O un letto per dormire la notte

Non abbiamo lenzuola o  coperta
O cuscino sotto la testa

Noi non abbiamo piatto o cucchiaio
O di che  fare il pane

Faremo come la pernice
Dormiremo per terra

Faremo come la beccaccia
Quando il sole sorge si mette a correre

La mia canzone è finita
Colui che sa continui

 CIAO 


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